23 novembre.

23 novembre, un anno di laurea.

Ora di pranzo: siamo eccezionalmente tutti a casa insieme.

La settimana scorsa siamo stati fuori a cena per festeggiare gli ultimi obiettivi conquistati da mio fratello, un mese fa i miei con il master.

Una settimana fa a quest’ora ero in volo per Polignano.

Oggi l’incontro al master è saltato e mio fratello ha avuto un esame stamattina, quindi non è a lavoro. E’ giovedì ma ci siamo tutti.

Perfino papà c’è e non è in ritardo.

Suona però il telefono: è mia zia.

Il nonno ci ha lasciati.

L’Alzheimer è una malattia terribile. Quando pensi d’aver raggiunto un equilibrio, si prende un altro pezzetto della persona malata. E non guarda in faccia a nessuno, si può solo cercare di contenere i danni.

Così mio nonno stava uscendo dall’ospedale quando il suo cuore ha ceduto. Mia nonna era lì e ha chiamato i soccorsi immediatamente, ha chiamato disperata mia zia, che poi ha telefonato alla sorella… mia mamma.

I medici nel frattempo facevano del loro meglio: il nonno è stato rianimato.

Siamo ovviamente tutti corsi in ospedale immediatamente. All’inizio aveva un respiro sofferente, ora si è stabilizzato e sembra che dorma. Ci stiamo alternando per vegliarlo anche di notte, per non lasciarlo combattere da solo. A volte lo guardo e penso sia uno scherzo, immagino che si alzi, sorrida, si prepari per uscire. E’ lui che mi prende per mano, e io son piccina di nuovo.

Penso proprio d’esser stata piccina l’ultima volta che ho passato così tanto tempo con le mie cugine, i miei zii e i miei nonni. Ci siamo visti per la mia laurea, è vero… il tempo di un pranzo e via. E poi sapete com’è alle feste, il festeggiato si preoccupa di più a far funzionare la festa, a controllare che gli invitati siano a loro agio, che a godersi la sua festa davvero.

Nei momenti brutti invece non si parla del più e del meno. Si condividono emozioni e dispiaceri e sì, anche i silenzi. Ci si fa forza con la sola presenza, anche se le sedie son due e noi siamo in otto e stiamo per ore in piedi, ad aspettare. Se qualcuno accenna a svalvolare, ci son gli altri a calmarlo.

Poi organizzi i turni, incastri gli impegni di chi è più o meno disponibile. Cerchiamo di sollevarci a vicenda, di darci consigli per la notte.

E mia mamma mi sembra così forte e così fragile in tutto questo. Era riuscita ad accettare una nuova versione di suo papà, è troppo presto per l’ultimo saluto. È sempre troppo presto.

Così una sera non riuscendo più a trattenere le lacrime dopo il ritorno dall’ospedale ho lasciato entrare mia mamma in casa e io mi son rifugiata in quella dell’altra nonna, che da un mesetto sta passando le pene dell’inferno con l’altro, di nonno. E oltre a mia nonna pronta ad abbracciarmi ho trovato la mia nuova zia, con la nuova cuginetta Gemma, di appena un mese. Che davanti alle lacrime ha risposto con un bel sorriso.

L’ho presa in braccio per la prima volta.
“Le persone non vanno lasciate da sole.”

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