Come le onde

Non scrivo da tantissimo.

Inizio i post e non li finisco, non mi convincono.

Mi sento schiacciata dall’ansia per le cose che devo fare e poi mi perdo a fare ballettini per festeggiare i piccoli traguardi del momento.

Non ho idea di come sarà il mio futuro, passo i giorni a sistemare Curriculum, Curriculum Creativo, portfolio… a tradurli in inglese, a cambiare le foto, le slides.

Rispondo agli annunci, rileggo le emails, mi dimentico di rispondere, anche i messaggi.

Ho risistemato la mia camera con tutto il materiale portato a casa dall’ultimo viaggio, mi metto a guardare ancora i cataloghi, segnare nuove idee.

Mi sento nella confusione totale. Sto facendo dei passi, fatti bene, ho paura di cadere. Sto facendo una cosa che mi piace tantissimo, ci son dentro… mi sta riuscendo, e ho paura.

 

Non sono abituata, non so come si gestisce.

Ho paura che mi possa esser tolto tutto in un colpo solo.

 

Una settimana fa stavo facendo la valigia.

Mia mamma mi ha accompagnata a prendere un vestito apposta per l’occasione, mi ha preparata come una bambolina (e per non deluderla mi son portata anche il cambio calze, che puntualmente mi è servito!).

A Polignano c’è stata la premiazione del concorso a cui ho partecipato con Vale, la mia compagna di merende. Il concorso è Talent House di Delta Its, se mi seguite sui social l’avete sicuramente già visto.

Sono stata brava: me la son vissuta a pieno, senza ansie né pensieri. Completamente felice per due giorni, mi son goduta le mie soddisfazioni. Quella festa era per noi, era il nostro momento.

Mio, di Vale, delle nostre compagne premiate con noi, dei nostri insegnanti, di altri giovani studenti e professionisti che erano lì, in attesa di salire sul palco.

Ci son venuti a prendere in aeroporto e subito mi son sentita una principessa, a salutare l’autista che ci aspettava come se fosse un amico di vecchia data.

Abbiamo visto Polignano, comprato uno smalto che avevamo dimenticato per la serata, bevuto il Caffè Speciale da Mario Campanella, diviso un piattino di biscotti con un signore che poi abbiamo scoperto essere il presidente Delta. Abbiamo visto Polignano con la pioggia, con il vento, con il buio e il freddo, con i piedi ghiacciati.

E pensare che avevo portato il costume!

E venerdì 17 è stato il migliore che ci potessimo aspettare, con il sorriso stampato, come il nostro progetto sull’arcobaleno e il mare azzurro a farci da sfondo. Come il catalogo, con il nostro elaborato e i nostri nomi. Tante, tantissime foto. Selfie, foto di gruppo, foto per Instagram, qualsiasi foto per ricordare quel giorno.

Il pranzo di un solo finger food offerto, donato perché era buono, con un bicchiere di vino, perchè lo stomaco era chiuso per l’emozione, per la gioia. Perché quel giorno non c’era bisogno del cibo per coprire qualcos’altro.

Quindi l’intervista, i nostri nomi chiamati dal microfono e stavolta non ho pianto, lo sapevo. Avevo fatto un gesto sulla gamba della Vale e lei mi aveva preso la mano, ma non se l’aspettava.

Terzo posto, viaggio studio a Lisbona.

Andrea Castrignano sulle scale mi ha chiesto se son soddisfatta: Sì, ma anche uno stage nel suo studio non mi sarebbe dispiaciuto 😉

I preparativi in camera son stati un fermento, mai come quando siamo entrate in quella stanza la prima volta e ho visto lettera e pensierino sul tavolo ad aspettarci. Le piccole coccole che fanno sentir importanti.

Eravamo parte di qualcosa di importante.

Lo smalto, il vestito che si rompe e dobbiamo ricucirlo, l’aperitivo di Jägermeister.

Il vestitino da bambolina, il rossetto rosso, i capelli raccolti, persino un po’ di fard, a provare a nascondere quel rossore che mi assale istintivamente e istantaneamente appena qualcosa mi tocca. In realtà quel giorno è stato un rossore continuo.

I tacchi, finalmente. Son riuscita a portarli tutta la sera, a ballarci pure.

Cena di gala, tovaglie bianche, un sacco di bicchieri pieni, fiori, brillantini ovunque. Cenni, sguardi, brindisi, complimenti, applausi, sorrisi sinceri.

Un gruppo salentino ha iniziato a suonare, eran bravi e simpatici. All’inizio non piacevano perché l’impressione era che non si potesse più parlare.

Così era: era giunto il momento di ballare, di liberarsi in quella festa. In quella notte perfetta, che sembrava sarebbe durata per sempre.

Esattamente come il mare, sopra il quale eravamo.

Giorni in cui le persone fanno il bagno, giorni in cui si affacciano dalle terrazze con la giacca stretta sul collo perché han dimenticato la sciarpa: le onde continuano il loro moto, incessanti contro gli scogli, ci provano con il sole, con la pioggia, con l’arcobaleno sopra di loro e noi cosa siamo, in quell’albergo a festeggiare per un giorno?

 

 

“…Perché è lì da cui veniamo tutti e ci vogliam tornare…

il MARE.”

(Mare Balotelli, Thegiornalisti)

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