Questioni di sguardi

Milano centrale, un mercoledì di luglio, ora di pranzo.

Sono in fila alla macchinetta per prendere i biglietti. Come mai ce ne son così poche? Una ragazza dai tratti orientali ha qualche difficoltà con il procedimento, ma è al telefono con qualcuno che la sta aiutando. Fa caldo e ho la borsa con il PC che pesa tanto, ma attendo guardandomi in giro. Son stati due giorni intensi e ora è il momento di fermarsi e riassaporare tutti quei momenti.

Davanti a me c’è una ragazza, che in un inglese molto semplice chiede se qualcuno la può aiutare con il biglietto. “Ti posso aiutare io”, le rispondo. Ho il treno tra praticamente un’ora, ho tutto il tempo del mondo. E’ giovanissima, ha la pelle nera, i capelli molto corti e se non sbaglio è incinta. Le sorrido, ma lei continua a guardarmi con occhi diffidenti.

La ragazza asiatica ancora non ha finito e quasi sbraita al telefono, così faccio cenno alla mia nuova amica di seguirmi e andiamo ad un’altra macchinetta che si è appena liberata. Non accenna a toccarla lei, devo fare io. Le chiedo dove deve andare, mentre seleziono “Italiano” come lingua. La aspettano a Ventimiglia. Cerco il primo treno, le faccio vedere quanto costa, ma non è convinta. Mi dice che deve fare una telefonata. Lei si allontana e mentre aspetto mi chiedo che storia abbia, come faccia a trovarsi qui da sola con quello sguardo triste. Mi chiedo come mai nessuno riesca a venirla a prendere. Mi chiedo cosa deve vedere lei nei nostri sguardi, quando per caso la vediamo.

 

Durante una delle (troppo) poche notti passate a Francoforte ormai più di un mese fa, un ragazzo indiano mi raccontava che per il lavoro del padre si è trovato a girare per vari Paesi durante l’infanzia e l’adolescenza, fino a fermarsi da solo in Canada per completare gli studi. Ad un certo punto del racconto arriva ad Hong Kong nell’età che per noi è quella delle elementari, esattamente per cinque anni.

“Che figata!” esclamo io, come sempre fuori dal mondo.

“E’ stato il periodo peggiore della mia vita. Ci trovavamo in mezzo a famiglie ricche, mentre noi non lo eravamo. Hai presente quanto possono essere cattivi i bambini verso un loro compagno con la pelle più scura?”

 

Le persone dietro di me guardano, spazientite, ma non ho nessuna intenzione di cedere. Li guardo tranquillamente e con fare molto zen, ripenso alla serata con tanto di stelle dal mezzo del Lago Maggiore, dopo l’attraversata di un ponte da brivido, per un’aracnofobica. Ripenso alle questioni sorte, alle questioni risolte. Agli sguardi diversamente interpretati.

E poi guardo la ragazza. Al telefono non sembra arrabbiata o spazientita, ma rassegnata… e stanca. Chissà da dove arriva, da quanto è qui. Lo so cosa stanno pensando quei due ragazzi dietro di me: si chiedono se dopo tutto sto casino la ragazza avrà i soldi per pagare il biglietto o li chiederà a me. So che lo pensano, perché l’ho pensato anch’io. Ho rimosso il pensiero e sto provando a capire di cos’ha realmente bisogno.

Riattacca il telefono, mi dice che le consigliano di andare fino a Genova. E poi, chissà… almeno ha un telefono, c’è qualcuno che la sta aspettando. Allora ricalcolo la destinazione, le trovo un altro treno. Mi dice che va bene, anche il prezzo. Le chiedo se paga con la carta o con contanti, mi fa vedere una banconota da 50 euro. Glieli inserisco, il biglietto è fatto. Le passo il suo resto.

Fa cenno di spostarci, le dico che devo fare anche il mio. Lei mi aspetta (ora sì sento la pressione degli sguardi spazientiti di quelli dietro, ma faccio veloce). Ci allontaniamo insieme, mi chiede dove può prendere il treno. Le faccio vedere dove sono i binari, da dove si accede, qual è il suo treno sul tabellone. Controlla l’ora: non è tra molto. Mi guarda, mi ringrazia e MI SORRIDE. E si allontana.

 

Ps: vi piace il logo nuovo? 😀

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