Which way does the river flow?

C’erano una sera un ragazzo indiano, una ragazza ucraina e una italiana sulla riva del Meno a Francoforte a parlare delle proprie vite e delle proprie esperienze, in un inglese buono per qualcuno, un po’ meno per qualcun altro.

I tre ragazzi sono estasiati dalla vista di quel sole appena tramontato dietro la skyline della città, dietro a grattacieli così magnificenti quanto rappresentanti del cuore della città: money, money, money.

Ma questo non li riguarda, loro mangiano un döner turco seduti sull’erba e con i piedi che sfiorano l’acqua del fiume, dividendosi una birra da 80 cent.

Sono le 23 e dietro le nuvole si vede ancora un po’ di giorno. Sul ponte e sui palazzi le luci si stanno accendendo in modo impercettibile, seguendo in modo inversamente proporzionale il ritmo del tramonto. In questo momento di transizione l’effetto è spettacolare: giorno e notte si intrecciano ed entrambi stimolano i sensi.

Soffia una brezza leggera verso est e i riflessi di queste luci sulla superficie del fiume attirano l’attenzione e fanno immaginare che se ne voglia risalire, verso le montagne.

E proprio da qui nasce l’incomprensione che cambierà il corso della serata. Uno di loro insinua il dubbio: verso dove scorre il fiume? come si fa ad essere sicuri che vada verso ovest? S. spiega la sua sicurezza: per la geografia, perché l’ha visto, perché la brezza muove solo la superficie. M. non ci sta: vuole metterla in difficoltà.

V. propone la sfida: chiediamolo ad un passante!

S. ride e provoca l’amico.

Il primo no, il secondo nemmeno. Ma il nono o decimo era perfetto per esser fermato con una domanda così assurda:

Do you know which way does the river flow?”

D. il serbo prende seriamente la domanda ed ammette d’esserselo chiesto anche lui (M.: “Ma davvero la gente si fa queste domande di frequente?”) e conferma che il fiume va verso ovest, portando spiegazioni, etc.

Non si ferma però qui: “Ragazzi, ho una storia per voi”

D. inizia a raccontare del suo viaggio dalla Serbia, compreso di dettagli di giorno, ora e soldi (euro per euro, anzi centesimo per centesimo) spesi.

Il racconto è avvincente, sebbene non proprio scorrevole. Ma si può ascoltare.

E’ una storia di difficoltà, di speranza, ma anche di fede e di fortuna.

D. ha voglia di parlare, di sfogarsi, di raccontare.

I ragazzi lo ringraziano per aver condiviso la sua storia con loro e lo salutano, pronti a tornare alle loro risate continuando a parlare di cielo, di stelle, di oroscopi, di fiumi e di montagne.

D. però non è d’accordo: “My story is also a love story!

E senza sentir risposta inizia a raccontare la storia di un viaggio verso un tempio in una città sconosciuta, di notte, quando tutto era già chiuso, di come abbia dormito lì al buio… ma nessuno ha capito cosa c’entrasse con l’amore. Ok, D. è un po’ confuso. I ragazzi iniziano a guardarsi tra di loro.

Sarebbe bello tornare alle chiacchiere iniziali. D. però continua con altre storie, senza possibilità di replica, senza interazione e senza possibilità di stop.

La situazione è ormai grottesca: V. dorme, S. sfoggia un sorriso al limite della risata ma sta pensando a tutt’altro da almeno mezzora e tocca ad M. sacrificare il proprio orecchio destro alla voce del nuovo inarrestabile amico. Nel frattempo le luci sul Duomo si spengono e D. sta raccontando di come ha trovato il suo cane, quando un mendicante si avvicina con la chitarra: “Posso suonare qualcosa per voi?”

What is going on here?

S. ride sottecchi, M. sta per impazzire e V. dorme beata. D. continua ovviamente a raccontare storie sconnesse. Si son rassegnati, la notte scorre lungo i racconti logorroici di D..

E’ quasi l’una ed è V. a salvare la situazione: “Guys, I’ll go to sleep!”

I tre ragazzi si alzano in simultanea: sanno che è il punto svolta, ma son spaventati all’idea di come sarà il saluto di D.

Invece vengono sorpresi da un semplice “Ok, goodbye”.

E se ne va, nello stupore dei tre ragazzi, del mendicante, del Duomo, dei grattacieli e del riflesso delle luci sul fiume, che non eran più così divertite del loro inganno: un po’ in colpa si son sentite.

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