A chi mi dice-va “Ormai è fatta!”

Quando l’ho sentita non potevo crederci.

No, giuro, non ci potevo credere.

Avevo appena finito di mettere i braccialetti nuovi comprati appena il giorno prima, giusto per l’occasione. Una sistemata alla collana, ma soprattutto quel peso sullo stomaco che se ci penso ora, a più di due mesi da quel giorno, posso ancora sentirlo. Non tutto ovviamente, perché era davvero opprimente. La somma di otto mesi di tesi vissuti malissimo, la somma di otto anni travagliati di università. Il tutto moltiplicato per l’angoscia dei voti dei professori e il ricordo netto del mio relatore che dopo la mia discussione, parlando con gli altri professori della commissione di laurea, scuoteva la testa. Ho esposto balbettando per quei dieci minuti e almeno non hanno infierito facendomi ulteriori domande, che in quel momento non avrebbero ricevuto una risposta sensata. Non lo avevo soddisfatto, lo so. Ma lui per primo come relatore non aveva soddisfatto me. La tesi era stata rifatta tre volte, ma ancora non andava bene. Però avevo finito. Anche senza godermi appieno questa fine.

Il giorno prima era stato perciò amaro, sapevo che ancora un ultimo impegno con loro ce l’avevo, un’ultima stretta di mano, un ultimo sguardo. Avevo il terrore di qualsiasi cosa, di cadere con i tacchi che non ero abituata a mettere, di non essere approvata. Di non avere una bella festa, che gli invitati non si presentassero.

Non ho dormito quella notte, ma almeno non ho sognato niente, come avrei fatto invece le sere successive tornata a Pisa, ormai la mia città.

Durante il mio percorso universitario ci son state tante svolte, ma la più difficile sicuramente è stata la realizzazione che l’ingegneria non sarebbe stata la mia strada. Sì perché da quel punto in poi ogni passo è stato più complicato. Un viaggio, l’uscita di casa, il lavoro per “sopravvivere”, gli ultimi esami. L’ultimo esame, con una professoressa che non mi ha mai mostrato gli scritti falliti, né ha risposto alle mie domande su cosa non andava bene. Il trasferimento a 292km, nella ridente toscana.

Eppure quella mattina mi trovavo lì, con i capelli piastrati, le lenti a contatto e il bel tubino nero comprato ormai quattro anni prima con Monica a Rovigo. Mai indossato prima perché era “il vestito della mia laurea”. L’ho preso in mano per usarlo, rassegnata, quando pensavo di ritirarmi dagli studi, un anno fa. Nemmeno quella volta è andata come volevo, grazie a mamma che ha insistito e mi ha dato l’ultima ricarica di energie che mi ha fatto passare quel maledetto esame. “Ormai è fatta” mi dicevano tutti. E invece no, c’era ancora la tesi.

Ci siamo fermati a quel semaforo, ormai l’edificio di ingegneria si poteva scorgere in lontananza. In macchina oltre a me e al mio Simo c’erano anche Francesco e Laura, coppia poetica e meno platonica di un’altra più famosa, saliti apposta nella grigia Padova per quell’occasione. Il semaforo era rosso come sempre, statisticamente.

La radio non era programmata per le stazioni della città e vagando a caso tra le stazioni troviamo lei: la canzone della mia laurea.

Io e Simo la riconosciamo alle prime note: è una canzone della nostra prima adolescenza.

Siamo increduli, ma parte il coro: c’è “A chi mi dice” dei Blue. Però è cantata da Fausto Leali e Mina, bellissima. Scritta dal grande Tiziano, altro idolo della mia giovinezza e protagonista del mio primo concerto.

Il ghigno nervoso sul mio volto si distende, la voce segue le note (o almeno ci prova!). La cantiamo tutta, ridendo, impegnandoci, in questi pochi minuti che ricorderemo per sempre, i più belli di quei giorni.

Escono le lacrime, è la liberazione da quel peso, è la percezione che nonostante possa sembrare tutto difficile, complicato, un periodo nero, ci sono delle cose trasversali nella nostra vita e son quelle che contano.

Perché la nostra testa e il nostro cuore sono allenati: ricordano le emozioni positive, lasciando cadere nel dimenticatoio quelle negative.

 

“A CHI MI DICE”

[written by Tiziano Ferro]

Sorriderai

E ti rivedo come sei

Incrocerai

Lo sguardo mio per poi dirmi addio

E mentirei

Se ti dicessi “ora vai”

Oramai, oramai

 

A chi mi dice

Che tornerai

Non credo oramai

Oh, a chi ti dice

Che sto male pensandoti

Tu sorridi voltandoti

Verso lui

 

Indosserai

Sorrisi, allegria ma senza magia

Non piangerai

Perché non riesci a perdere mai

Ma lo sai, ma lo sai

Ho perso tutto ma tu non perdi mai

Oramai, oramai

 

Tu, a chi mi dice

Che tornerai

Non credo oramai

A chi mi dice

Che sto male pensandoti

Tu sorridi voltandoti

Verso lui

 

Sorriderai

Nulla ha più senso, ora no

E girerò le città

Ma non ti scorderò

 

Come mai  (oh come mai)

Io sto male pensandoti

Tu sorridi voltandoti

Verso lui

 

Ps: alla fine non sono caduta, mi hanno proclamata come i miei colleghi e tutti gli invitati erano lì con me. La mia famiglia era raggiante ed è stata una giornata fantastica.

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