La signora con l’ombrello

Sono a casa, irrequieta.

Esco e mi sento in colpa.

Non ho fame e la pancia brontola. Mangio e non mangio: un mostro mi sta attorcigliando le budella.

Mi rimetto a studiare ma non ho la serenità per concentrarmi.

Ho il telefono in mano e allora apro Firefox per guardare la mail.

Se il pc è acceso, guardo su Explorer.

Sì perché per scrivere al mio relatore devo usare la mail dell’università e da Chrome non riesco ad aprirla. (e non ho fatto neanche in modo che mi arrivino su Gmail, né avrò più bisogno di farlo, spero!)

Ho mandato al prof quella tesi che ho dovuto rifare. Ci sarebbe ancora l’ultimo capitolo da finire ma finché non mi dà l’ok sul fatto che sia corretta… non ci voglio pensare! Che sia la volta buona?

Lo so che è domenica, ieri era sabato ed è weekend anche per lui, io però sto sudando freddo. Mi risponderà domani? Mi risponderà in tempo per poter proseguire tranquillamente con l’ultima parte?

Non ci sto più con la testa! Ho voglia e bisogno di fare qualcosa ma non so… cosa.

Allora apro un foglio bianco e scrivo, come le prime volte, quando volevo scrivere ma non avevo un progetto. E scrivevo a caso, quello che mi passava per la testa. Così, per iniziare a scrivere.

Mi perdonerete quindi se questo post è un po’ così. Oggi vivo d’ansia.

Se volete vi racconto una storia, per esempio quella della signora con l’ombrello.

Era un pomeriggio di novembre e la signora, con i suoi stivaletti neri, il vestitino e un soprabito grigio camminava sul marciapiede a passo spedito. Dove andava? Se lo chiedevano tutti quelli che la incrociavano, i signori seduti al bar che aspettavano il passare del tempo per tornare a casa e cenare. I capelli erano raccolti sotto un cappellino. Una folata di vento le alza un po’ la gonna, iniziano le prime gocce di pioggia e lei apre l’ombrello. Rallenta. Dove andrà mai la signora sotto la pioggia? E’ così bella, impossibile non notarla. La luce si fa debole tra le vie del paesino, il tramonto si avvicina. Le foglie svolazzano rosse, gialle, marroni. Formano dei disegni con la loro danza, trasportate dai primi tratti di aria gelida, quella che ti fa stringere la sciarpa al collo. In fondo anche l’autunno ha un suo perché. L’inverno ha il Natale e l’attesa della primavera, che è essa stessa rinascita. E l’estate? Beh l’estate è vita. L’autunno si porta il fardello della posizione scomoda, di decretare la fine delle giornate in spiaggia e del salmastro sulle labbra. Non siamo ancora pronti ad abbandonare i costumi da bagno, gli shorts e le infradito, ma i capelli hanno bisogno di una bella spuntatina dopo i raggi del sole. Eh no, non è più tempo di tuffarci dagli scogli, l’estate se n’è andata e con lei tutte le cose che si posson fare. E’ autunno: i camini iniziano a fumare e i gatti si accoccolano a ciambella sul cuscino. Mettiamo i cappelli per tener calda la testa e non per proteggerci dal sole, gli stivaletti per non bagnarci con la pioggia e non solo per moda.

Quelli della nostra signora sono appena stati messi nella scarpiera, dopo quell’ultimo tratto di strada fatto a zig zag per schivare le pozzanghere. Poi è entrata in casa e ha acceso il fuoco sotto la teiera, il cappello è appeso insieme alla sciarpa e al soprabito e i capelli sciolti rivelano dei ricci perfettamente disegnati. Forse domani sarà meglio mettere il cappottino più pesante. Prende la rivista dalla borsa, comprata tornando a casa pensando già a quel momento di relax sulla poltrona con quell’ottima bevanda fumante. L’ombrello è sotto il portico ad asciugare, fuori è ormai già buio e domani è un nuovo giorno.

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