Ir Pisano

Ieri sera a Lucca non si vedeva anima viva in giro, un tizio perciò mi disse una parola in lucchese per descrivere la situazione. Una parola che ovviamente non conoscevo e non ricordo tuttora.

Allora io, pensando di avere ormai il toscano in mano, gli rispondo: “E’ come dire San Sughero, giusto?”, al che il Simo mi tira una gomitata e sussurra: “E’ pisano quello!”. Lo sguardo del tipo si fa sospetto e arriva la consueta frase che mi sento ripetere ogni giorno: “Ma tu non sei di qui vero?”

Mi sento continuamente additata. Ci provo sempre a confondermi ma dopo un anno e mezzo che sto a Pisa,  dopo un minuto che parla con me qualsiasi persona se ne esce con quella solita frase! E poi spiegagli che vivi a Pisa, ti laurei a Padova e il fidanzato è pisano. Non ci capiscono più nulla e io mi ritrovo a dover sempre raccontare parti della mia vita. Purtroppo non riesco a mentire.

Un bellissimo dialogo fu tra il mio amico Tommy, di Padova, che era venuto a trovarmi a Pisa e uno pisano, che in quei giorni soffriva di forte raffreddore. Dopo qualche chiacchiera Tommy chiese all’altro quale fosse un prodotto tipico della zona, l’altro rispose: “Il mucco pisano”. Pausa: a Padova nessuno si sognerebbe di usare la parola “mucco” né per il maschio della mucca né per un tipo particolare di bovino. Se non sei mai stato a Pisa, questa parola non esiste. Play: Tommy risponde: “E lo produci te?”, scoppiando in una sonora risata. Da bravi padovani noi in quel momento abbiamo capito “muco pisano”.

L’estate scorsa ho poi lavorato in uno stabilimento balneare, un bagno. Lì ho iniziato a scoprire molte cose: tipo che qui si beve tantissimo la spuma. Tipo che non esiste la cedrata, ma la spuma al cedro.

Ho scoperto che qui il caffè non si beve lungo ma alto, non si beve corto ma basso. Ma soprattutto si beve al vetro. E in situazioni più rilassate si beve il ponce. Cosa, il punch? No no, il ponce alla livornese. Si tratta di un caffè “corretto” fatto in varie versioni, ma che deve uscire a vela: alcool sotto, caffè che rimane sopra e scorzina di limone che galleggia. Devo dire che sono sicuramente la padovana che fa il miglior ponce (e forse lo faccio anche meglio di qualche pisano che ho visto a giro!).

Il cornetto è il pezzo dolce e si prende vòto, non vuoto.

Ah sì, i pisani vanno a giro, non in giro. Appena esce il sole gli studenti son tutti sulle spallette e la sera qualche ubriaco cade giù. I pisani finiscono le frasi con “vedrai” e io ancora rispondo: “In realtà ho già visto…”.

Col tempo ho appreso che la granata non è una bomba a mano che si trova nel ripostiglio di un locale ma la scopa e che la cassetta è la paletta per raccogliere il sudicio. Una sera eravamo tutti abbastanza stanchi, il mio collega Francesco spazzava la sala e io sistemavo il bancone del bar. Quando mi ha vista uscire con i sacchi della spazzatura mi ha fermata: “Silvia, mi prendi la cassetta per favore?” Ok, ero molto stanca e il cervello ragionava poco. L’avevo visto benissimo spazzare ma quando ho avuto davanti le cassette della frutta vuote ne ho presa una e gliel’ho portata. Non vi posso spiegare la sua faccia e del mio Simo, che era lì con lui.

Immaginate poi cosa succede ad un’aracnofobica (io) se parlandoci usi la parola tarantola invece di geco. Ma perché?!

Uno dei traumi più grandi però l’ho avuto quando Francesco mi disse: “Silvia, incigna le bottiglie.” INCIGNA??? Per prima cosa non ho idea di cosa voglia dire, ma oltretutto che brutta parola è? Siamo andati a cercare nel vocabolario, perché non ci potevo credere: INCIGNARE è una parola italiana e significa “usare per la prima volta, aprire”. E’ tuttora una cicatrice aperta.

Dopo la stagione al mare ho iniziato a lavorare in un bistrot in città. Pensavo di averle già imparate tutte, mi sbagliavo. Un giorno arrivo e chiedo “Da dove posso iniziare, Mari?”, risposta: “Da punte parti!”. E questa ora?!

Anche qui ho incignato torte e passato il cencio a terra, poi è arrivato il carnevale. In genere vado io ai tavoli a dire il menù e quando riesco prendo anche le ordinazioni dei dolci. A inizio servizio mi prendo nota quindi dei dolci del giorno. Un giorno il titolare, Carlo, mi disse: “Silvia, hai visto che sono arrivati i cenci vero?” Sì sì, certo. Avevo notato le nuove pezze/spugne per pulire.

A metà servizio mi ferma Carlo e mi chiede se sto dicendo i cenci tra i dolci. “Ma che cavolo dice signor Carlo?” Allora lui capisce che si tratta di un solito caso di PROBLEMA DI LINGUA e mi porta al banco dei dolci: “Silvia, assaggia. Questi sono i cenci!” Io, caduta dalle nuvole, esclamo: “Ah, i galani!!”.

E poi se dici loro qualcosa se ne escono con “Guarda che è qui che è nato l’italiano!” A Firenze, semmai. Ma non penso che la situazione sia molto migliore!

PS amo davvero Pisa, la città dai lungarni splendidi, e i pisani, quei burloni stinfi. Un bacio a tutti i pisani quelli che conosco!

PSS Carlo mi ha avvisato che i viareggini son molto peggio, vi terrò aggiornati.

 

NB tutte le parole in corsivo sono in pisano, ma loro non hanno un dialetto… loro parlano L’italiano 🙂

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